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Buch Nr. 8

Alcuni passaggi del mio libro....

Lesen Sie aus der überarbeiteten Fassung meines ersten Buches .....


È la realizzazione di un sogno: la traversata dell‘Atlantico con gli alisei. Ai momenti di idilliaca comunione con una natura meravigliosa si alternano gli strapazzi fisici della navigazione, l‘isolamento e la lotta impari con le forze della natura.

È una crociera che vede i protagonisti partire da Hindeloopen, in Olanda per percorrere a tappe giornanliere il Mare del Nord e la Manica e poi avventurarsi nelle onde lunghe dell‘oceano per quasi cinque mesi. Le tappe sono Madeira, Le Canarie, i Caraibi, le Bermu-da e le Azzorre. Isole d‘incanto dove il tempo sembra essersi fermato, ma l‘Atlantico dà anche prova della sua violenza con tre uragani fuori stagione che mettono i nostri protagonisti in serie difficoltà. 

  

 

Es ist die Verwirklichung eines Traumes: Den Atlantik nur mit der Kraft des Passats zu üb
erqueren.
Idyllische Momente, in denen man eins ist mit der Natur, wechseln sich ab mit Momenten der totalen physischen Erschöpfung, der Einsamkeit und des ungleichen Kampfes mit den Naturge-walten.

Die beiden Protagonisten legen in Hindeloopen/Niederlande ab, durch-queren in Tagesetappen die Nordsee und den Ärmelkanal, dann wagen sich fast fünf Monate lang in die Dünung des Ozeans. In dieser Zeit besuchen sie Madeira, die Kanarischen Inseln, die Karibik, die Bermudas und die Azoren: Zauberhafte Inseln, auf denen die Zeit stehengeblieben zu sein scheint. Aber der Atlantik zeigt auch sein anderes Gesicht: Drei Orkane bringen unsere Helden in ernsthafte Schwierigkeiten und fordern sie zum Kampf heraus...

Dal capitolo 2 - Gli Amici

Nel tardo pomeriggio di sabato 16 Agosto il Terra Marique avanza maestoso solcando le acque verdognole dell’Jisselmeer. ´
Avevamo lasciato Amsterdam alle prime luci del giorno e avevamo attraversato il Markenmeer con un bel sole caldo alla nostra destra. C‘era un venticello di 15-16 nodi da Est che, con tutte le vele spiegate, ci aveva permesso di filare veloci su un’acqua relativamente tranquilla.
A Enkhuizen, poco dopo la grande chiusa che immette nell‘Jisselmeer, prima di riprendere la nostra rotta verso Nord ci eravamo fermati un paio d’ore per mangiare un boccone.

 Sono quasi le sei del pomeriggio. Da circa mezz’ora abbiamo doppiato il capo di Stavoren, sulla nostra destra, e i GPS sono puntati sulle coordinate esatte della seconda boa verde che delimita, a destra, la striscia di mare con 2,20 m di profondità che permettono alla nostra barca, con una chiglia di 1,90, di entrare nel porto di Hindeloopen. Al di fuori del canale scavato la profondità è poco più di 50 cm e bisogna stare attenti.
Abbiamo un bel vento costante di 15 nodi da Est, quindi un bel forza 4, che ci dà 7 nodi abbondanti di velocità. 
 Davanti a Stavoren abbiamo dovuto cazzare tutte le vele per stringere una quindicina di gradi a destra verso Hindeloopen e metterci quindi in andatura di bolina stretta.
Abbiamo al vento circa 120 metri quadrati di vela con tre quarti di genoa, la trinchetta, la randa con una mano di terzaruoli e la mezzana. Il timone a vento, che noi abbiamo battezzato col nome di Bastiano e che ci ha guidati con maestria in tutto il nostro viaggio, fa il suo dovere per tenere il Terra Marique sulla rotta di 22 gradi esatti, sforzandosi di compensare la tendenza orziera della barca, tipica di questa andatura.
Io l‘aiuto lascando la randa al limite del fileggio.
Dopo tanti mesi di lavoro insieme ci capiamo bene!

Manca poco più di mezzo miglio alla boa verde. Scendo in cabina, inserisco la quinta batteria, quella dell‘avviamento che come misura di sicurezza teniamo sempre staccata, e metto in moto il motore che lascio girare a folle. Stefania è già a poppa, pronta per ammainare la mezzana.
Le do il segnale e filo la drizza, la sgancio dalla penna della vela e poi la fisso al gancio dell’amantiglio, mentre Stefania piega ordinatamente la tela sul boma e la lega con le apposite fettucce bianche. Io fisso il pattino della scotta al centro della rotaia e il paranco di sicurezza al suo grillo sulla falchetta, poi sollevo un po‘ il boma con l’aiuto dell’aman-tiglio e della drizza e infine cazzo per bene sia la scotta che il paranco.

La prima vela è già calata e a posto.
Intanto Stefania si è già spostata a prua davanti all’albero di maestra e, con la scotta della trinchetta in mano, urla: „Say When!“ (Dimmi quando!). Io stacco dalla sua galloccia la cima dell’avvolgitore, la sciolgo e rispondo scherzosamente: “When!“. Poi mi metto a tirare, a mano, senza l’aiuto dell’apposito winch, finché la trinchetta è completamente arrotolata sul suo strallo e la scotta ben tesa sulla rotaia.

 Anche la seconda vela è calata e a posto.
Adesso tocca alla terza, il genoa. Con i suoi 75 mq è la vela più grande e impegnativa, ma è svolta soltanto per due terzi. Mi siedo davanti al suo winch a sinistra dell’albero di mezzana e preparo la cima dell’avvolgitore passandola tre volte attorno al tamburo ed infine nell’autoavvolgente. Intanto Stefania ha sciolto la scotta ed è pronta a lascare.
Comincio ad avvolgere la vela girando la manovella del winch in senso antiorario, cioè in prima velocità e poi, man mano che Stefania lascia filare la scotta sul suo grosso winch e la resistenza diminuisce, giro la manovella in senso orario per avvolgere più rapidamente. È una bella sudata ma alla fine anche il genoa è perfettamente avvolto sul suo strallo.
Adesso resta al vento soltanto la randa e la spinta del vento non è più equilibrata. Bastiano è in serie difficoltà e non riesce più a compensare. Mi sbrigo a disinnescarlo togliendo la sua pala del vento, che sistemo nell’apposita tasca sul paramare di poppa, poi mi metto alla ruota. Intanto il GPS esterno si è messo a „bippare“ per segnalarci che siamo a meno di mezzo miglio dalla boa.
Lo spengo: è stato un timing perfetto!

 Stefania adesso è sotto l’albero di maestra e ha già liberato le tre cime dei terzaruoli, la drizza e l’amantiglio. Io sciolgo la scotta dal suo winch, la tengo tesa in mano e grido: „Tayari?“ (in swahili: pronto?).
Ad un cenno positivo di Stefania do manetta puntando la prua al vento e man mano che la randa si scarica, cazzo la scotta. Poi, quando la randa comincia a fileggiare metto a folle tenendo la prua al vento con l’abbrivio. Allora Stefania sgancia lo strozzatore della drizza e contempora-neamente recupera le tre cime dei terzaruoli per accompagnare la caduta della randa e farla stendere per bene sul boma fra i due lazy-jacks. Infine controlla e corregge le varie pieghe della vela e lega il tutto con le apposite fettucce bianche.

 Io sto ancora mantenendo la prua al vento e la scotta ben cazzata. Grido: „Amantiglio!“. Stefania lo lasca quel tanto che basta per farmelo sciogliere dal suo gancio fisso sull’albero di mezzana, farlo passare dietro al patarazzo e fissarlo al suo gancio sul terminale del boma. Stefania allora lo issa con l’apposito winch, per sollevare il boma al di sopra delle nostre teste, mentre io lasco la scotta, aggancio il paranco, fisso il pattino al centro della rotaia e cazzo per bene il tutto.
Le quattro vele sono tutte ammainate e messe in ordine. Ammainare le vele in una barca di queste dimensioni è sempre un’operazione impegnativa, ma negli ultimi mesi l’abbiamo fatto tante volte che ci siamo abituati. 
 La barca ormai è quasi ferma. Do manetta e mi riporto in direzione della boa verde che è a non più di un centinaio di metri. Quando Stefania ha finito di sistemare tutte le cime alla base dell’albero di maestra e ritorna a poppa le passo la ruota.
Adesso io devo „vestire a festa“ il Terra Marique per la cerimonia d’arrivo. Con la drizza della randa tendo lo striscione di bandierine colorate che abbiamo comperato ad Amsterdam poi isso sulla drizza di poppa un altro striscione che avevo fatto aggiungendo l’una all’altra le bandiere di rispetto di tutti i Paesi che abbiamo visitato: Olanda, Belgio, Francia, Inghilterra, Portogallo, Spagna, Grenada, St. Vincent e le Grenadine, Dominica, St. Lucia, Antigua  e Bermuda. Il Terra Marique ha una bell’aria di festa!

 Finalmente mi rimetto alla ruota e Stefania appende i parabordi alla battagliola e prepara le cime d‘ormeggio. Nonostante l’emozione che cresce dentro di noi e ci fa tremare un po’ le mani abbiamo fatto tutto con perfetto coordinamento e senza intoppi: negli ultimi mesi l’abbiamo fatto tante volte e quindi siamo veramente allenati a tutte le manovre.
Davanti a noi ci sono altre cinque barche che si immettono nel canale di entrata tra le due boe verdi a destra e le rosse a sinistra. Ci mettiamo in fila anche noi e ci avviamo verso lo stretto passaggio che porta nel bacino comunale di Hindeloopen, poi, a velocità ridottissima, viriamo a sinistra per entrare nel nostro marina.

 Herr Voss, l’Havenmeester, ci vede arrivare e ci saluta calorosamente. Il giorno prima l’avevamo chiamato per telefono per avvertirlo del nostro arrivo e pregarlo di lasciarci libera, solo per una notte, la banchina di fronte al ristorante del club: lì, sul prato, dovrebbe esserci Silvio con alcuni amici che ci aspettano.

 Siamo emozionatissimi! Sentiamo esplodere gli urli degli amici mescolati all‘abbaiare eccitato di Charly, ma ci imponiamo di non lasciarci distrarre.
Ci avviamo a velocità ridotta verso la banchina in fondo al canalone d‘entrata e cerchiamo di concentrarci nella manovra di ormeggio. Accosto sulla destra, col bowtruster regolo l’avvicinarsi della prua mentre con la ruota tutta a sinistra ed un paio di colpetti di motore indietro accosto lentamente la poppa.
Non c’è bisogno di scendere a terra per passare le cime nelle bitte d‘ormeggio: Stefania passa la cima di prua e io quella di poppa agli amici che a terra vogliono rendersi utili e partecipare in qualche modo all’avvenimento.

 Siamo finalmente all’ormeggio, allo stesso ormeggio che avevamo lasciato da quattro mesi, ventitre giorni e sette ore: il tempo che abbiamo impiegato a percorrere 9574 miglia, pari a 17425 km, per fare il giro dell’Atlantico del Nord a vela.

 

 

 

 

 Aus dem Kap. 2 - Die Freunde

 Am späten Nachmittag des Samstag, 16. August 1997, bewegt sich die Terra Marique majestätisch voran und durchzieht das grünliche Wasser des Ijsselmeer.
Wir haben Amsterdam mit dem ersten Licht des Tages verlassen und das Markermeer mit einer schönen warmen Sonne auf unserer rechten Seite überquert. Es weht ein leichter Wind von 15 bis 16 Knoten aus östlicher Richtung, der uns bei relativ ruhigem Wasser mit allen am Wind gesetzten Segeln schnell vorankommen lässt.
In Enkhuizen, knapp hinter der großen Schleuse, die ins Ijsselmeer führt, haben wir für ein paar Stunden festgemacht, um eine Kleinigkeit zu essen. Anschließend nahmen wir unseren Kurs Richtung Norden wieder auf.

 Es ist fast sechs Uhr nachmittags. Vor circa einer halben Stunde haben wir das Kap von Stavoren am Steuerbord umschifft und das GPS ist auf die exakten Koordinaten der zweiten grünen Boje ausgerichtet, die den rechten Seite dergebaggerte Kanal mit 2,20 m Tiefe markiert. Diese Tiefe erlaubt unserem Boot mit einem Tiefgang von 1,90 m, in den Hafen von Hindeloopen einzulaufen. Außerhalb des gegrabenen Kanals beträgt die Tiefe weniger als 50 cm, daher man muss sehr vorsichtig navigieren.
Vor Stavoren haben wir alle Segel dichtholen müssen, um 15 Grad Steuerbord höher am Wind, in Richtung Hindeloopen, zu segeln. Dem Wind bieten wir circa 120 m² Segelfläche mit ¾ Genua, Kutterfock, einfach gerefftem Großsegel und Besansegel.

Die Windsteueranlage, die wir auf den Namen Bastiano getauft haben und die uns mit Geschick auf unserer gesamten Reise geführt hat, erledigt ihre Pflicht, um die Terra Marique auf Kurs von exakt 22 Grad zu halten. Bastiano bemüht sich, die luvgierige Tendenz des Schiffes, typisch bei diesem Kurs am Wind, auszugleichen. Ich helfe ihm, indem ich das Großsegel bis an die Grenze des Killens fiere. Nach den vielen Monaten gemeinsamer Arbeit verstehen wir uns sehr gut!

Es fehlt wenig mehr als eine halbe Seemeile bis zur grünen Boje. Ich gehe in die Kabine hinunter, schalte die 5. Batterie ein. Das ist die Batterie des Anlassers, die während der Fahrt aus Sicherheitsgründen immer ausgeschaltet bleibt. Ich lasse den Motor im Leerlauf an. Stefania ist schon am Heck, bereit, das Besansegel einzuholen.
Ich gebe ihr das Signal und fiere das Fall, ich löse es von der Feder des Segels und mache es dann am Haken der Dirk fest, während Stefania das Tuch ordentlich auf den Baum zusammenfaltet und es mit den weißen Bändern zusammenbindet. Ich fixiere die Schot mittig der Travellerschiene und den Sicherheits-Baumniederholer an seinem Schäkel auf der Fußreling, dann ziehe ich den Besanbaum mit der Hilfe der Dirk und des Falls hoch und hole zum Schluss sowohl Schot als auch Niederholer dicht.

Das erste Segel ist damit eingeholt und in Ordnung.
Inzwischen ist Stefania schon am Bug vor dem Großmast und mit der Schot des Kuttersegels in der Hand ruft sie: „Say when!“ Ich löse die Leine der Rollreffanlage aus der Klemme und antworte scherzend: „When“! Dann fang ich an, das Kuttersegel mit der Hand und ohne Hilfe der Winde komplett auf seinem Stag aufzurollen bis die Schot gut gespannt ist. Auch das zweite Segel ist eingeholt und in Ordnung.

un ist das dritte Segel an der Reihe, die Genua. Mit seinen 75 m² ist es das Größte und Anspruchsvollste, aber es ist nur zu 2/3 ausgerollt. Ich setze mich vor die Genuawinde auf der linken Seite des Besanmastes und bereite die Rollreffleine vor, indem ich sie dreimal um die Trommelwinde herumlege und letztlich in den Selbstholer einlege. In der Zwischenzeit hat Stefania die Schot gelöst und ist bereit sie nachzufieren. Ich beginne das Segel aufzuwickeln, indem ich die Kurbel der Winde gegen den Uhrzeigersinn drehe, d. h. in erster Geschwindigkeit und dann während Stefania die Schot auf seine großen Winde fließen lässt und der Widerstand sich verringert, drehe ich die Kurbel im Uhrzeigersinn, um das Segel schneller aufzurollen. Es ist eine schweißtreibende Arbeit, aber am Ende ist auch die Genua aufgerollt und in Ordnung.

Nun bleibt dem Wind nur das Großsegel und der Schub des Windes ist nicht mehr so ausbalanciert. Bastiano ist in ernsthaften Schwierigkeiten und es gelingt ihm nicht mehr zu steuern. Ich beeile mich ihn abzukuppeln, indem ich seine Windfahne rausnehme, in den entsprechenden Beutel an der Reeling verstaue und dann das Steuer selbst übernehme. In der Zwischenzeit hat das Außen-GPS „gepiepst“, um uns melden, dass wir weniger als eine halbe Seemeile von der Boje entfernt sind.

Ich schalte es aus. Es ist ein perfektes Timing gewesen!
Stefania ist nun unter dem Großmast und hat schon die drei Reffleinen, das Großfall und die Dierk gelöst. Ich löse die Großschot von der Winde, halte sie gespannt in der Hand und rufe: „Tayari?“ (Bereit? auf Swahili). Auf ein positives Zeichen von Stefania hin, schiebe ich den Gashebel nach vorne und steuere den Bug in den Wind bis das Großsegel sich entspannt, dann hole ich die Schot ein.

Als der Großsegel zu killen beginnt, stelle ich den Motor in den Leerlauf und halte den mit den Anlauf den Bug im Wind. Dann hängt Stefania die Klampe des Falls ab und gleichzeitig nimmt sie die drei Reffleinen, um das hinabgleitende Großsegel gut auf dem Baum zwischen den beiden Lazy Jack’s auszubreiten. Am Ende kontrolliert und korrigiert sie die verschiedenen Falten des Segels und bindet alles mit den passenden weißen Bändern zusammen. Ich halte das Boot immer noch im Wind und die Schot fest in die Hand. Ich rufe: „Dirk“.
Stefania lässt sie soweit los, um sie von der Klemme am Besanmast zu lösen, hinter dem Achterstag vorbeiziehen zulassen und am Haken am Fuß des Baums festzumachen.

Stefania hebt so den Großbaum über unsere Köpfe, während ich die Schot nach und nach fiere, den Sicherheitsniederholer einhänge, den Traveller mittig auf der Schiene feststelle und alles gut dichthole.

Die vier Segel sind alle eingeholt und in Ordnung gebracht worden. Die Segel eines Schiffs wie der Terra Marique einzuholen, ist immer eine anspruchsvolle Tätigkeit, aber in den letzten Monaten haben wir das so oft gemacht, dass wir uns daran gewöhnt haben.

Das Schiff steht nun fast still. Ich gebe wieder Gas und steuere in Richtung der grünen Boje, die sich nicht mehr als 100 Meter von uns entfernt befindet.
Als Stefania alle Leinen am Fuß des Großmastes aufgeklart hat und in die Plicht zurückkehrt, übergebe ich ihr das Steuer.
Nun „kleide“ ich die Terra Marique festlich für die Ankunftszeremonie. Am Fall des Großsegels spanne ich die große, farbigen Fahnenkette, die wir in Amsterdam gekauft haben. Dann hisse ich am Besanfall eine weitere Kette, die ich aus den Fahnen der Länder zusammengestellt habe, die wir bereits besucht haben: Niederlande, Belgien, Frankreich, England, Portugal, Spanien, Grenada, St. Vincent und die Grenadinen, Dominika, St. Lucia, Antigua und Bermuda. Die Terra Marique versprüht Festlichkeit!
Schließlich übernehme ich wieder das Steuer, Stefania hängt die Fender an der Reeling über Bord und bereitet die Festmacher vor.
Trotz der Emotionen, die langsam in uns hochkommen und unsere Hände etwas zittern lassen, haben wir alles perfekt und ohne Zwischenfall koordiniert: In den letzten Monaten haben wir dieses Manöver so viele Male gemacht und sind somit bestens trainiert.
Vor uns sind fünf weitere Segelboote, die in den Eingangskanal zwischen den beiden grünen Bojen auf Steuerbord und den roten auf Backbord steuern.
Wir reihen uns ein und nähern uns der engen Passage, die in den Stadthafen von Hindeloopen führt, dann drehen wir bei sehr reduzierter Geschwindigkeit nach Backbord, um in unsere Marina einzulaufen.

Herr Voss, der Hafenmeister, sieht uns ankommen und begrüßt uns sehr herzlich.
Tags zuvor haben wir ihn angerufen, um ihm unsere Ankunft mitzuteilen, und ihn gebeten, den Landungssteg gegenüber des Klubrestaurants  für eine Nacht frei zu halten: Dort auf der Wiese müsste Silvio mit einigen Freunden auf uns warten.

Es ist ein bewegender Moment! Wir spüren die Freudensausbrüche unserer Freunde, darunter auch das erregte Bellen von Charly, aber wir verbieten es uns, uns ablenken zu lassen. Wir nähern uns sehr langsam dem Ende des Eingangspassage und konzentrieren uns auf das Anlegungsmanöver. Ich lege auf der Steuerbordseite an, mit dem Bugstrahlruder reguliere ich das Aufschießen des Bugs, während ich mit dem Steuer ganz nach Backbord und einigen Motorstößen rückwärts langsam das Heck annähere.
Es ist nicht nötig an Land zu gehen, um die Leinen um die Poller zu legen: Stefania wirft die Bugleine und ich den Heckfestmacher unseren Freunden zu, die darauf warten, sich nützlich machen zu können und damit an dem Ereignis teil zu haben.
Wir sind endlich im Hafen, im selben Hafen, den wir vor vier Monaten, 23 Tagen und sieben Stunden verlassen haben: Die Zeit, die wir gebraucht haben um 9.574 Seemeilen, das entspricht 17.425 km,  zurückzulegen; um den Nordatlantik per Segelschiff hin- und zurück zu umrunden.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal capitolo 10 Ana, Bill e Claudette

Verso le 21 ci siamo sentiti sollevare più in alto del solito da un’onda anomala che proprio in quel momento ha cominciato a rovesciarsi. Il Terra Marique ha perso l’equilibrio e ha barcollato come se le mancasse la presa sotto la chiglia Si è messo di traverso, ha cominciato a piegarsi sulla sinistra e, scaraventato dalla spinta del vento, è precipitato nella valle sottostante dove si è rovesciato sul fianco, con noi purtroppo dentro, fino a piantare gli alberi in acqua e buttare la chiglia in su.
Abbiamo avuto la stessa sensazione che si prova sulle montagne russe: una grande accelerazione verso il basso, il fiato sospeso e il cuore in gola.

L’impatto a valle è stato adeguato alle 20 tonnellate della barca. L’onda che aveva provocato tutto questo ha continuato a rovesciarsi e a ruotare su se stessa sotto la chiglia spingendo lo scafo di traverso per alcuni, per noi lunghi e interminabili secondi. Gli alberi e la poca vela esposta erano andati a piantarsi verso il fondo come in un disperato tentativo di opporsi a quella furia scatenata e di frenare la capriola.

Noi eravamo incastrati fra il tavolo e la parete di sinistra della cabina, quindi nella parte in cui la barca si è rovesciata, e ci siamo trovati immersi da tre valanghe d’acqua che entravano contemporaneamente e con pressione, da un finestrino laterale, da un tambuccio sul tetto sopra di noi e dall’osteriggio completamente aperto. Stefania, alla mia sinistra, mi teneva la mano,
Per nostra fortuna Bastiano è uscito indenne dalla capriola. La sua pala ha ripreso contatto col suo elemento, il vento, ed in pochi secondi è riuscito a rimettere il Terra Marique in rotta.

 mentre io con l’altra mano tenevo sempre strette le cimette del telecomandodi Bastiano. Ci siamo tenuti spinti contro la parete e non abbiamo detto una sola parola.
Ricordo di aver respirato profondamente d’istinto prima che l’acqua ci sommergesse del tutto e le nostre gambe andassero in su. Gli occhi sono rimasti aperti ad osservare che l‘acqua cambiava colore mentre ci sommergeva, passando da un grigio argento a un blu scuro che tendeva già al nero assoluto. L’acqua ci ha aggrediti violentemente con tutta la forza del suo peso ma, per fortuna, senza riuscire a strapparci dalla posizione nella quale eravamo rimasti fermamente incastrati.

Quando finalmente l’onda ha cominciato a perdere la sua forza, il peso della zavorra nella chiglia, 6 tonnellate di piombo, ha prevalso sulla forza dell’acqua e ha raddrizzato lentamente lo scafo. Gli alberi sono ritornati a puntare verso il cielo e le vele si sono immediatamente ricaricate di vento.

 

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 Aus dem Kapitel 10 Ana Bill und Claudette

Gegen 21:00 Uhr hebt uns eine gigantische Welle empor und bricht exakt in dem Moment, als wir oben auf dem Wellenberg schaukeln.
Die Terra Marique verliert das Gleichgewicht. Sie kommt quer zur Welle, neigt sich auf die linke Seite  wird von einem Windstoß ins Wellental hinab geschleudert – und kentert.
Und wir kentern mit ihr. Die Masten ragen hinunter ins Wasser und der Kiel zeigt nach oben. Es ist ein Gefühl wie in der Achterbahn: Eine enorme Beschleunigung nach unten, das Herz schlägt einem im Hals und man ist außer Atem.
Der Aufprall im Wellental ist den 20 Tonnen Schiff angemessen.

Die Welle, die an allem Schuld ist, fährt fort, zu brechen und sich unter dem Kiel um sich selbst zu drehen.
Die Sekunden, in denen die Masten und Segel unter Wasser Richtung Grund zeigen, dauern für uns eine Ewigkeit.

Wir befinden uns unter Wasser, eingeklemmt zwischen Tisch und backbord Kabinenwand. Zeitgleich dringen drei Wasserlawinen in die Kabine ein: durch ein Seitenfenster, ein Deckslicht und durch die offene Luke.
Stefania, an meiner linken Seite, hält meine Hand, während ich mit der anderen Hand immer noch die Fernbe-dienungsleine von Bastiano festhalte. Wir stemmen uns gegen die Wand und wir sagen kein Wort.
Instinktiv haben wir tief Luft geholt, bevor das Schiff kenterte, das Wasser eindrang und alles überschwemmt hat.
Aber meine Augen halte ich geöffnet. So kann ich beobachten wie sich die Farbe des Wassers von Silbergrau über Dunkelblau zu Tiefschwarz ändert, während es die Kabine überflutet.

Mit aller Kraft versucht das Wasser uns aus unserer Position zu verdrängen.
Gott sei Dank sind wir gut zwischen Tisch und Wand geklemmt und es gelingt ihm nicht. Endlich beginnt die Welle an Kraft zu verlieren. Die sechs Tonnen Blei, die sich als Ballast im Kiel befinden, können wieder gegen die Wasserkraft arbeiten und langsam beginnt sich das Schiff wieder aufzurichten.

Als die Masten wieder gen Himmel zeigen, füllen sich die Segel sofort mit Wind. Bastiano hat das Kentern glücklicherweise unbeschadet überstanden und nimmt sofort wieder seinen Dienst auf. Binnen weniger Sekunden ist die Terra Marique wieder auf ihrem angestimmten Kurs.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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