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Buch Nr. 4

„INCONTRI CON GLI DEI“ è un tuffo in un  passato recente che ha lasciato nell’autore dei ricordi indelebili. Nel descriverci le sue peripezie di fabbricante di spaghetti in Kenya, Bruno Cisamolo ci presenta le trasformazioni in corso nel Paese viste dai due estremi delle mentalità delle tante tribù che lo popolano.

La maggioranza delle tribù accetta le forme di civiltà e di progresso portate dall’avvento del bianco e si dedica con interesse a costruire una nazione moderna secondo gli schemi della nostra civiltà dei consumi, nonostante questo comporti una rinuncia alle proprie tradizioni, alla propria cultura, alle religioni, alle lingue ed ai riti praticati da migliaia di anni.
Ci sono però anche tante tribù che non accettano di cambiare e si rifiutano di integrarsi nel nuovo mondo che sta nascendo e crescendo con leggi, lingue,  religioni e costumi troppo diversi.
Queste tribù, purtroppo, sono una minoranza e non hanno alcuna possibilità di opporsi. Integrarsi nel nuovo mondo vuol dire rinnegare sè stessi e la propria cultura ma purtroppo non hanno alcuna scelta. Sono tribù destinate all’estinzione e con loro andranno distrutte delle culture vecchie forse milioni di anni.
 

 
                                          
Alcuni passaggi del mio quarto libro.... 
 
Il Mal d’Africa è il prezzo che si paga per essere entrati in quella specie di Paradiso, per averlo visto ed averlo goduto.
 
 
 
 
 
 
 
 
Quando hai volato sul Rift Valley, coi suoi vulcani Suswa e Longonot ed il lago Naivasha, senti di essere andato molto lontano ed hai l’impressione di sapere come è fatta la luna dall’altra parte, perché l’hai vista da vicino coi tuoi stessi occhi.
  
Il maasai che avevo visto seduto nell’interno del recinto e circondato da una decina di donne e bambini si era alzato e mi stava venendo incontro con la sua lancia puntata verso di me.
 
Mtito era tornato dopo pochi minuti senza il pezzo di ricambio e dicendo che aveva paura di entrare nel magazzino perchè là dentro c’era un chui, un leopardo.
 
Le iene erano dappertutto, grasse e pigre come non mai. Non dovevano fare alcuna fatica per trovare prede facili fra i tanti animali che non avevano più la forza di muoversi e si erano fermati ad aspettare con rassegnazione la morte che li liberasse da quel martirio.
 
L’Enkai ed il Kirinyaga. Avevo davanti a me e con me due Dei ed io sedevo con loro come in un triangolo nell’immensità della savana. Sembrava che mi parlassero, che mi invitassero a dialogare con loro. Due Dei potenti e venerati da popoli di razze completamente diverse.
 
Ma su quella pietra ed in quel momento particolare non potevo essere solo, perché è proprio in momenti come quelli che non si è mai soli. Con me, al mio fianco, c’era il mio Dio e, tramite me, era Lui che dialogava con i Due Grandi e cercava di chiarire con loro la mia posizione, il mio ruolo ed i miei sentimenti nei riguardi di quanto era successo nel Paese e di quanto si prospettava nel futuro.

Ecco! Senza essermene neppure accorto avevo fatto carriera: ero diventato un Muganga, uno Stregone!

     

Dal penultimo capitolo:

Non mi era mai capitato prima d’allora di vedere i due monti contemporaneamente, né avevo mai pensato che la cosa potesse essere possibile. Due Dei potenti e buoni, l’uno, il Kilimanjaro, cioè l’Enkai, alto quasi 6500 metri sul livello del mare e l’altro, il Kenya, cioè il Kirinyaga, alto oltre 5500 metri.

L’Enkai ed il Kirinyaga.
Avevo davanti a me e con me due Dei ed io sedevo con loro come in un triangolo nell’immensità della savana. Sembrava che mi parlassero, che mi invitassero a dialogare con loro. Due Dei potenti e venerati da popoli di razze completamente diverse.

Strano! Non li avevo mai pensati in questo senso ma era proprio così: Il Kirinyaga era il Dio dei bantu, cioè dei Kikuyu e di altre tribù minori che vivevano intorno al monte Kenya. L’Enkai, invece, era il grande Dio dei maasai, cioè dei nomadi di origine nilotica che vivono nella savana. Quindi erano due Dei che rappresentavano due direzioni di pensiero diametralmente opposte: il Kirinyaga rappresentava le tribu favorevoli alle nuove possibiltà di progresso e di emancipazione, mentre l’Enkai rappresentava i tradizionalisti che non accettavano in nessun modo, anzi addirittura disdegnavano le forme di vita portate dal bianco.

I due grandi Dei erano lì con me, uno alla mia destra e l’altro alla mia sinistra e sembrava che mi esponessero le divergenze fra i loro punti di vista e le loro posizioni. Il Kirinyaga, con i suoi kikuyu, rappresentava un Kenya in evoluzione talmente rapida che non poteva fare a meno di esserne orgoglioso. Nessun altro paese dell’Africa si era evoluto rapidamente e positivamente come il Kenya. Era un dato di fatto ed anch’io, nel mio piccolo, avevo contribuito in qualche modo a quel progresso. Quel progresso, però, aveva portato, sì, alla realizzazione di tante nuove opere moderne, i grattacieli, le strade asfaltate, le fabbriche, le antenne della televisione ed i centri commerciali ma, come sottoprodotto, anche le bidonville di Mathare Valley e di Eastlee con i suoi tanti milioni di disoccupati, di disperati, di affamati, di bambini ammalati e di esseri umani senza futuro e senza speranza.

L’Enkai, invece, rappresentava un popolo orgoglioso e fedele alla propria cultura che non accettava di partecipare a quel genere di evoluzione e che per questo era destinato a morire. Come i dinosauri che non hanno saputo adattarsi all’inevitabile evoluzione dell’ambiente in cui vivevano.

Erano nel giusto tutti e due? Per gli uni il progresso era l’inevitabile evoluzione dell’essere umano alla quale non avevano avuto prima la possibilità di partecipare. Erano rimasti indietro e dovevano quindi recuperare il tempo perduto e rimettersi al pari col resto dell’umanità. Il prezzo era rappresentato dall’esplosione demografica e dall’urbanizzazione incontrollata. In altre parole da decine di milioni di bambini affamati, malati, senza futuro e senza speranza.
Per gli altri il progresso non poteva esistere perché presupponeva dei cambiamenti troppo radicali, il rinnegare la propria identità, la propria cultura e addirittura il proprio Dio. Per loro l’unica alternativa era la morte. Una morte dignitosa.

Entrambi gli Dei rappresentavano, a modo loro, dei principi validi, ma con quali prospettive? Per quanto mi riguarda sono tanto favorevole all’atteggiamento delle tribù che si sono buttate a capofitto nelle nuove possibilità offerte dal progresso della nuova Repubblica ma ho anche una stragrande ammirazione per quelle tribù che si sono battute, e si batteranno fino alla morte, per restare fedeli alle proprie tradizioni, alle proprie forme di vita, alle proprie culture ed alle proprie vere identità, anche al costo della propria sopravvivenza.

Ma vale proprio la pena di combattere e morire per questo?
Evidentemente, si! In fondo si muore anche per molto meno!
La morte di tutti i maasai, che oggi potrebbero essere forse in 300.000, equivale all’incremento demografico del Paese di non più di 10 o 15 giorni. In altre parole, in 10 o 15 giorni nascono in Kenya circa 300.000 bambini per i quali non c’è posto se non in un inferno di bidonville come nel Mathare Valley di Nairobi. Quanti di questi riusciranno a sopravvivere e quanti, invece, moriranno di AIDS, di violenza o, semplicemente, lentamente, di fame? Tutto sommato c’è più morte nelle bidonville che in tutto il Maasailand. Ma una morte molto più brutta e che dà ragione ai maasai.
Probabilmente i seguaci di Kirinyaga hanno scelto un tipo di morte diversa da quella dei seguaci di Enkai, ma pur sempre morte.

Ma, in tutto quello, qual’era il mio ruolo?

Nella posizione in cui mi trovavo, sulla mia pietra, era come se la savana rappresentasse una tavola rotonda attorno alla quale io, in quel momento, sedevo assieme ad Enkai e a Kirinyaga per esaminare e discutere apertamente proprio quel tema. Ma su quella pietra ed in quel momento particolare non potevo essere solo, perché è proprio in momenti come quelli che non si è mai soli. Con me, al mio fianco, c’era il mio Dio e, tramite me, era Lui che dialogava con i Due Grandi e cercava di chiarire con loro la mia posizione, il mio ruolo ed i miei sentimenti nei riguardi di quanto era successo nel Paese e di quanto si prospettava nel futuro.

Nel contatto col mio Dio ero riuscito ad andare più a fondo dentro me stesso alla ricerca di una chiarezza che soddisfacesse la mia coscienza. Dal dialogo con i due Dei del luogo, invece, avevo ricavato una visione molto più chiara della situazione ed una conferma dei miei sentimenti nei riguardi del bel Paese che mi aveva ospitato e che mi aveva permesso di esprimermi con tutte le mie capacità.
In conclusione, cosa non meno importante, avevo trovato anche una conferma definitiva ai motivi ed alla validità della mia decisione di partire per l’ultima volta per non tornare mai più.

 

L’albero e la pietra sulla quale ero seduto erano veramente un tempio con un altare. Da quell’altare io e il mio Dio ci eravamo incontrati con i due Dei ed avevamo dialogato con loro.
Non c’era niente di pagano in quel pensiero. Dio è sempre Dio in qualunque luogo ed in qualunque lingua lo si preghi ed in qualunque forma lo immaginiamo. Dio, il nostro Dio o qualunque altro Dio, è sempre presente in ogni luogo ed in ogni cosa, ma evidentemente ci sono dei luoghi, dei momenti e delle condizioni in cui si riesce meglio ad incontrarsi, ad avvicinarsi ed a comunicare con Lui. Quello era uno di quei luoghi. Per me lo era stato già dalla prima volta che c’ero stato.

Ogni religione crea o costruisce questi luoghi, a volte anche semplici ma, nella maggior parte dei casi, con contorni ricchi, artistici, sontuosi ed imponenti. Si chiamano chiese, templi, sinagoghe, moschee, cattedrali, abbazie, basiliche, cappelle e l’uomo ci va per pregare, per meditare, per distendersi, per ritrovare la pace col mondo e con sè stesso. In quei luoghi l’uomo trova il contatto con ciò in cui crede e la forza di coordinare i propri pensieri per continuare ad affrontare la vita secondo le etiche che il suo Dio, la sua religione e la sua morale gli impongono.

Penso che ognuno di noi ha il suo Dio, che lo ammetta o no. Quando cerchiamo chiarezza dentro di noi, quando sentiamo la necessità di coordinare le nostre capacità di analisi e di sintesi, quando facciamo appello alla nostra etica per prendere decisioni che hanno a che fare con il nostro presente, con il nostro futuro, con la nostra vita e con quella degli altri, quando dobbiamo scegliere e decidere come comportarci in una situazione che presupponga una decisione, quando ci sentiamo soddisfatti di ciò che abbiamo fatto o che stiamo facendo, quando ci sentiamo insicuri, quando ci sentiamo oppressi, quando ci sentiamo indecisi, quando ci sentiamo felici, quando ci fermiamo un attimo a pensare ed a decidere qualcosa, in tutte queste occasioni, automaticamente, inconsciamente ed in forme diverse cerchiamo Dio e ci avviciniamo a lui.

Su quella pietra mi ero seduto ormai tante volte ed ogni volta ho fatto dei passi avanti con me stesso e dentro me stesso.
Su quella pietra si era seduto il Re della foresta, Simba, ed era rimasto ore ed ore in contemplazione tanto profonda quanto la mia. Su quella stessa pietra il leone era venuto ad aspettare la sua fine, sicuramente conscio di quanto lo aspettasse, ed era morto lì nel conforto della presenza della sua amata compagna e della compagnia dei figli. Non è forse una morte invidiabile?
Su quella stessa pietra Saitoti, il maasai di Cambridge, il laibon, il grande sacerdote, era stato a meditare sullo stato precario della sua razza in via d’estinzione e sulla necessità di accettare delle forme di integrazione con la civiltà degli invasori per poter sperare in una forma di sopravvivenza almeno per alcuni dei suoi uomini.

Io, Simba e Saitoti: tre forme di vita, tre linee di pensiero, tre forme di civiltà e forse tre religioni diverse.

La mia, con la tecnologia, i tempi ed i metodi del mondo „civilizzato" che aveva portato il progresso ad un popolo che non era andato molto più avanti della ruota e della leva, nello stesso numero di secoli nei quali noi abbiamo inventato la bussola, la luce elettrica, il telefono, la chiusura lampo, il computer, l’aspirina, le navicelle spaziali e, perché no, anche le fabbriche di spaghetti.

Quella del leone, attaccata alle leggi più forti, più semplici, più pure e più logiche che, almeno ancora in parte, governano il nostro pianeta: le leggi della natura. Noi ci siamo tanto distaccati da buona parte di quelle leggi per creare e seguire altre leggi che noi stessi ci siamo fatti su misura per i nostri scopi e, molto spesso, nell’assoluta mancanza di rispetto della natura stessa che ci ha creati e che, nonostante tutto, ci dà ancora i mezzi per continuare ad evolverci nella stessa direzione.

Ed infine quella di Saitoti, il laibon, il saggio maasai, una figura intermedia fra un mondo che vuole invadere e distruggere in nome del progresso ed una razza fiera, bellissima, nobile e talmente radicata e fedele alle proprie leggi antiche, alla propria cultura ed alle proprie tradizioni che non riesce a vedere la possibilità che possano esistere alternative. Una razza destinata a morire o comunque ad autodistruggersi perché cambiare, integrarsi ed evolversi nelle forme dell’invasore è una forma di morte peggiore della morte fisica di cui il maasai non ha mai avuto paura.

 

Sono orgoglioso di aver vissuto in Kenya in un periodo in cui la nostra macchina distruttiva non aveva ancora completato il suo lavoro.
Sono orgoglioso di aver fatto in tempo a vedere il Kenya prima che scomparisse completamente dietro la nuova immagine di un paese in frenetica evoluzione secondo i crismi della nostra civiltà moderna dei consumi.
Ma sono anche orgoglioso di aver trovato la forza di decidere di non tornarci mai più anche se è una decisione difficile da prendere ed ancor più difficile da mantenere.

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